Il piccolo grande uomo… Michel Petrucciani

Michel Petrucciani

Michel Petrucciani, al suo pianoforte.

Questa sera vorrei parlarvi del grande pianista francese Michel Petrucciani. Coloro che amano la musica del grande pianista Bill Evans, riconosciuto come il primo e sicuramente più importante esempio, manifestazione, incarnazione di quel tipo di jazz rappresentato dalla formazione in trio, non possono non individuare in Michel Petrucciani molti aspetti che ricordano appunto lo stile quasi malinconico, delicato, soffuso, tipico di Evans.

Soprattutto nella prima parte della sua carriera, all’inizio degli anni ’80, nella musica di Petrucciani è profondamente riconoscibile l’influenza di Bill Evans; il tocco è delicato, quasi sussurrato, onirico, un suono che evoca un senso di tranquillità e di totale armonia.

Cercare di dare una definizione a questo tipo di jazz, nel caso di Bill Evans e successivamente di Michel Petrucciani, forse è riduttivo, in quanto si arriverebbe ad incasellare questa musica all’interno di categorie fin troppo limitate. Bill Evans ha avuto la fondamentale esperienza formativa di lavorare con il maestro Miles Davis, partecipando alla registrazione di uno degli album capitali del jazz, ovvero “Kind of Blue”, nel 1959; inoltre, aspetto altrettanto importante, è il fatto che Bill Evans è cresciuto, artisticamente e professionalmente, negli anni ’50, un decennio fondamentale per il jazz, un decennio in cui molti stili e svariate correnti del jazz si sono concretizzate e manifestate, nel loro massimo splendore; anche negli anni successivi, fino alla scomparsa, nel 1980, il suo stile, soprattutto nei tantissimi album in trio e non solo, è divenuto perfettamente riconoscibile, inconfondibile.

Tutto questo, per Michel Petrucciani, è stata una importantissima fonte di ispirazione, riuscendo quindi ad assorbire e a rendere propri gli “insegnamenti” del maestro e della sua epoca, e rappresentando quindi un vero e proprio punto di collegamento generazionale, musicalmente parlando, con gli anni ’80 e ’90. Dalla metà degli anni ’80, Petrucciani ha guidato anche formazioni diverse dal trio, lavorando con altri noti musicisti e realizzando anche diversi album in piano solo.

Tutto sembra essere inserito al posto giusto. Una musica senza sbavature, dove il controllo è totale; a differenza di altri pianisti, primo fra tutti Keith Jarrett, che invece, in certi casi, appare quasi eccessivo e difficilmente “comprensibile” (soprattutto in alcune versioni in piano solo), Michel Petrucciani, anche nei momenti più virtuosi e veloci, sembra avere sempre il totale controllo della situazione; le sue esibizioni dal vivo, il suo approccio al pianoforte,  sono stati definiti “drammatici”, forse perché emotivamente carichi, densi di quelle sensazioni che Michel intendeva trasmettere al suo pubblico; perché, in fondo, era principalmente quello il suo scopo, come da lui stesso dichiarato: “When I play, I play with my heart and my head and my spirit… I don’t play to people’s heads, but to their hearts”; e spesso era proprio durante le esibizioni che queste sensazioni scaturivano dal suo corpo, come delle meravigliose epifanie, che si traducevano, appunto, in musica.

Michel Petrucciani

Michel Petrucciani.

Michel Petrucciani era affetto da una rara malattia congenita, chiamata osteogenesi imperfetta, o Sindrome dalle ossa di cristallo, che si manifesta in vari disturbi a carico dello scheletro e delle articolazioni, quindi fragilità ossea, bassa statura e vari altri problemi di tipo respiratorio e deambulatorio. In realtà Petrucciani interpretava questo suo grave disagio fisico come un vantaggio, che quindi gli ha permesso di dedicarsi interamente al suo lavoro di musicista e compositore, senza distrazioni.

Quindi vedere questo “piccolo grande uomo”, come spesso veniva definito a causa della bassa statura, suonare il suo strumento con così tanta energia, immerso anima e corpo dentro la sua musica, appare addirittura straordinario, per la bellezza del risultato che possiamo ascoltare sui numerosi album pubblicati dal pianista, dai primi anni ’80 fino al 1999, anno della sua prematura scomparsa. Quindi, per far capire la grandezza di questo personaggio, vorrei proporvi una breve rassegna di alcuni dei suoi album più significativi.

Michel Petrucciani - Estate

“Estate”, disco del 1982.

Il primo album di Michel Petrucciani che vorrei segnalare è “Estate”, del 1982; questo è forse l’album in trio più riuscito di Michel Petrucciani, che è accompagnato da Furio di Castri al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria, quindi un disco tutto italiano (è stato registrato a Roma nella primavera del 1982); emerge una completa, totale armonia tra Michel e i due musicisti che lo accompagnano e che valorizzano il lavoro del leader; il repertorio spazia da rivisitazioni di pezzi di Bill Evans, che ovviamente rimane il punto di riferimento principale di Petrucciani, a brani dello stesso Petrucciani, fino alla meravigliosa Tone Poem del sassofonista Charles Lloyd, per poi arrivare proprio a Estate, di Bruno Martino, qui proposta in una versione stellare, profondamente intensa.

Altri due album che ho il piacere di segnalare, sono “Toot Sweet”, del 1982, e “Cold Blues”, del 1985; per queste due registrazioni, Petrucciani abbandona la formazione del trio per sperimentare nuove sonorità, affiancandosi quindi a diversi musicisti e limitandosi, in entrambi i casi, ad incidere in duo; in particolare, “Toot Sweet” è un meraviglioso disco in cui, accanto a Petrucciani, troviamo il dolce sassofono di Lee Konitz; è impossibile stabilire quale dei due musicisti coinvolti, Michel Petrucciani e Lee Konitz, sia la figura principale, il leader del duo, per l’armonia, la complicità e la complementarietà che scaturiscono dalla loro performance; queste canzoni, una più bella dell’altra, ricordano molto da vicino le atmosfere del cool jazz; un disco mai eccessivo e totalmente controllato, in ogni sua nota. “Cold Blues” è invece un disco in cui Petrucciani è accompagnato dal contrabbassista Ron McClure; anche in questo caso si tratta di un duetto stellare, dove ritmi veloci e sostenuti si alternano a toni più rilassati e delicati, come nella bellissima I Just Say Hello, dello stesso Petrucciani, dove il basso di McClure offre un bellissimo tappeto sonoro al pianoforte, sempre semplicemente accarezzato, sfiorato, di Petrucciani.

Michel Petrucciani - Michel Plays Petrucciani

“Michel Plays Petrucciani”, del 1987.

Altro album fondamentale di Michel Petrucciani è “Michel Plays Petrucciani”, del 1987, in cui il pianista suona tutte sue composizioni originali; è nuovamente un album in trio, addirittura in due diverse formazioni, in una delle quali milita il contrabbassista Gary Peacock. Ascoltando il disco, più volte, è inevitabile innamorarsi della bellezza sconfinata di alcune canzoni, dove non è difficile perdersi, in una confusione emotiva, onirica, tanto è lo splendore che ci viene offerto; non basta riascoltare La Champagne una sola volta per assaporarne completamente la bellezza, mentre It’s a DanceSahara o Brazilian Suite sono alcune delle canzoni più belle mai incise da Petrucciani.

Immancabili i tributi ai grandi pianisti del passato, che per Petrucciani hanno costituito un’inesauribile fonte di ispirazione, e che vedono ovviamente in Bill Evans il principale riferimento; ma non solo; infatti, nel 1993, Petrucciani pubblica “Promenade with Duke”, un bellissimo tributo, in piano solo, ad un altro grande pianista, compositore e direttore d’orchestra americano, Duke Ellington, scomparso negli anni ’70; il tributo che Michel Petrucciani offre del grande musicista è totalmente sobrio, rispettoso, umile, senza eccessi ma molto carico di devozione, di sincerità e di ammirazione, che traspira da ogni nota dell’album; il pezzo forte del disco è African Flower; la canzone è un crescendo di emozioni e di intensità, fino a placarsi, in un finale che riesce a portare l’ascoltatore in un mondo parallelo, del tutto distaccato dalla realtà.

Michel Petrucciani - Trio in Tokio

“Trio in Tokio”, il live registrato al Blue Note di Tokio.

Michel Petrucciani riusciva a trasmettere emozioni soprattutto nelle sue esibizioni live, come lui stesso era solito ricordare; a questo proposito, per concludere questa breve rassegna su questo amato pianista, voglio segnalare due album live, registrati nell’ultima fase della sua carriera, pochi mesi prima che la malattia degenerasse verso una fine prematura; si tratta di “Trio in Tokio”, registrato nel 1997  al Blue Note di Tokio in compagnia di Steve Gadd alla batteria e Anthony Jackson al basso, e “Solo Live”, registrato, sempre nel 1997, all’Alte Oper di Francoforte; ascoltando entrambi questi live, se si riesce a non commuoversi, è facile capire quanto questo personaggio, Michel Petrucciani, abbia rappresentato, a livello professionale, emotivo, umano, per il mondo della musica, e quanto valore abbia lasciato con le sue meravigliose opere d’arte.

R.I.P. Michel Petrucciani.

Nei brani che riportiamo di seguito è possibile apprezzare la grandezza di Petrucciani:

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9 thoughts on “Il piccolo grande uomo… Michel Petrucciani

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