La Signora del Canyon… Joni Mitchell

Joni Mitchell

Joni Mitchell.

Joni Mitchell, la famosa cantautrice canadese, è uno dei personaggi più importanti della scena musicale americana a partire dagli anni ’60 del secolo scorso; la sua musica e il suo stile hanno influenzato più di una generazione di cantautrici passate e presenti, che hanno individuato proprio in Joni Mitchell il loro principale riferimento musicale e un’imprescindibile fonte di ispirazione.

Joni Mitchell appartiene a quella generazione di artisti folk e rock, della quale fanno parte nomi come Neil Young e Bob Dylan, ed è stata la prima donna ad imporsi e ad emergere in quell’ambiente prettamente maschilista, diventando, col tempo, una assoluta protagonista della scena musicale degli ultimi cinquanta anni.

Quindi, data la vastità e la complessità del personaggio, è piuttosto difficile delineare in poche righe un ritratto completo dell’artista, ed è ancora più difficile farlo in modo oggettivo e realista; comunque, con molta umiltà, cercherò di tracciare un’analisi generale della carriera di Joni Mitchell, magari soffermandomi sui dischi che ritengo più significativi.

Joni Mitchell

Joni Mitchell.

Il primo disco di Joni Mitchell, “Song to a Seagull”, risale al 1968 ed è sicuramente uno dei migliori della sua carriera; ci sono canzoni che parlano di tradimento e di violenza, di morte e di libertà, e tutti questi aspetti sono rappresentati dalla città, simbolo proprio di violenza e illusione, e dal mare, che invece evoca libertà; il disco è di schietta natura acustica, con canzoni memorabili come Marcie, Cactus Tree, I Had a King e Sisotowbell Lane. E questo stile, caratterizzato da bellissime canzoni meravigliosamente acustiche e da un arrangiamento talvolta scarno e minimale, senza eccessi, è proprio ciò che troviamo nei primi album di Joni Mitchell; solo negli anni successivi, soprattutto verso la fine degli anni ’70, la sua musica tende a diventare leggermente più sperimentale, abbracciando altre sonorità, anche piuttosto lontane dalla purezza folk degli esordi.

“Clouds” del 1969 e “Ladies of the Canyon” del 1970 sono altri due importanti album, che contengono alcune delle più belle e più conosciute canzoni di Joni Mitchell; vale la pena ascoltare “Clouds” anche solo per la meravigliosa Both Sides Now, uno dei brani che amo di più; “Ladies of the Canyon” invece contiene delle perle assolute, che fanno innamorare al primo ascolto; infatti Woodstock, The Circle Game e Big Yellow Taxi sono autentici ed indimenticabili capolavori.

Joni Mitchell - Blue

La copertina di “Blue”, del 1971.

Si arriva al 1971, anno di pubblicazione di “Blue”; questo disco vede la collaborazione di personaggi importanti come James Taylor, che offre il suo genio in alcune canzoni; non ho parole per descrivere la bellezza di Little Green, Carey o A Case of You, che sono solo alcune delle meraviglie contenute in questo album, da molti ritenuto il vero capolavoro di Joni Mitchell; Blue, All I Want e California sono altre perle assolute, per non parlare della bellissima River. Insomma, se decidete di inziare a conoscere la grandezza di Joni Mitchell, questo disco potrebbe essere un ottimo punto di parenza.

Il successivo “For the Roses” del 1972 è ancora un grande album, molto più elaborato e complesso dei precedenti; ogni canzone di questo disco permette all’ascoltatore attento di evadere dalla realtà, immaginando di trovarsi davanti a quelle meravigliose distese verdeggianti del Canada, la terra madre di Joni Mitchell, magari vicino ad un enorme lago, immerso nella nebbia del mattino; probabilmente, ascoltando le canzoni di “For the Roses”, si finisce per immaginare proprio questo.

“Court and Spark” del 1974 e “The Hissing of Summers Lawns” del 1975 sono altri preziosi tasselli di questo percorso musicale, che, a questo punto, tende a farsi, a tratti, più sperimentale, lievemente diverso da ciò che abbiamo trovato finora; infatti, da ora in poi, iniziamo a trovare accenni di jazz, sapientemente distribuiti, senza soluzione di continuità, in alcune canzoni di questi album, ma anche venature rock, sempre molto calibrate, mai eccessive o ridondanti; quest’ultimo aspetto lo possiamo nitidamente avvertire soprattutto in due canzoni da “The Hissing of Summer Lawns”, quelle che aprono il disco, In France They Kiss on Main Street e The Jungle Line; qui, una corposa strumentazione ci offre suoni e atmosfere vicine al rock acustico, con alcuni strumenti elettronici e l’uso di strumenti insoliti, per gli album di Joni Mitchell che abbiamo visto finora, come le percussioni africane o il sintetizzatore.

Joni Mitchell - Hejira

“Hejira”, del 1976.

Nel 1976 arriviamo a “Hejira”; ed è veramente un trionfo. Ci troviamo di fronte ad uno degli album più riusciti, più apprezzati e più importanti di Joni Mitchell; può essere considerato, a tutti gli effetti, come il punto di arrivo di quella fase di crescita artistica, musicale e personale che vede appunto in “Hejira” il suo culmine; è un disco molto più vicino al jazz dei precedenti album, sempre accompagnato dal folk acustico, puro e genuino che, nonostante le varie sperimentazioni attraversate dalla musica di Joni Mitchell in questi anni, e anche nei successivi, è sempre parte integrante della sua musica. Coyote e Amelia sono i due capolavori che aprono il disco, e ci introducono in una meravigliosa atmosfera che ci avvolge, mentre, andando avanti, è inevitabile aver bisogno di un altro ascolto di canzoni come Hejira, Song for Sharon, A Strange Boy, Blue Motel Room e Refuge of the Roads.

“Don Juan’s Reckless Daughter” del 1977 non aggiunge nulla a quanto visto in precedenza; Joni Mitchell sembra voler approfondire il discorso di “Hejira”, quasi a volerne creare una copia più moderna, ma come ben si sa, le copie raramente sono buone quanto gli originali, ed infatti, l’artista, in questo album, non sembra affatto se stessa. Nel successivo “Mingus”, del 1979, Joni collabora con il contrabbassista jazz Charles Mingus, pochi mesi prima della sua morte; nel disco intervengono personaggi illustri, come Wayne Shorter e Herbie Hancock, i quali, fedeli alla propria fede musicale, danno sicuramente un tocco di classe al disco, ma ne espandono i confini musicali, raggiungendo livelli talora eccessivi e spaziando in territori, quelli del rock e della fusion, in maniera molto più spinta di quanto era stato accennato in “The Hissing of Summer Lawns”; territori in cui Joni Mitchell, e probabilmente anche i suoi ascoltatori, non si sentono affatto a loro agio; “Mingus” è un disco lievemente ridondante, stucchevole. Certo, questo disco, molto “avanti” per l’epoca, ha dato adito, in ambito folk, a numerose sperimentazioni di vario genere; non è un caso, forse, che Rickie Lee Jones, artista decisamente sperimentale ma di schiette origini folk, abbia pubblicato il suo primo disco proprio nel 1979.

Dopo il bellissimo album dal vivo “Shadows and Light” del 1980, in cui Joni Mitchell propone alcuni suoi pezzi storici, in un live molto intimo e delicato, l’artista pubblica, per tutti gli anni ’80, una serie di album in cui la vena acustica che caratterizzava soprattutto i primi lavori viene abbandonata, per avvicinarsi più all’elettronica, ad un sound più artificiale e meno genuino, sebbene la grandezza di Joni come autrice non viene messa in discussione; Joni attraversa un periodo di crisi artistica e personale, e di questo ci si rende conto leggendo i testi delle canzoni scritte in questo decennio, che parlano di rabbia, nostalgia e rimpianto, sentimenti che riflettono perfettamente il suo stato d’animo. Album come “Wild Things Run Fast”, “Dog Eat Dog” e “Chalk Mark in a Rainstorm” purtroppo non raggiungono il livello dei lavori realizzati prima della metà degli anni ’70. È ragionevole credere che il disco “Hejira”, del 1976, rappresenti proprio lo spartiacque, il punto di svolta, in seguito al quale la carriera di Joni Mitchell subisce una trasformazione profonda, assumendo toni molto diversi, talvolta più oscuri. E sono in molti, compreso il sottoscritto, a ritenere, infatti, che la parte più significativa, più rappresentativa, della produzione di Joni Mitchell sia quella antecedente ad “Hejira”. “Hejira” compreso, ovviamente.

Joni Mitchell - Night Ride Home

“Night Ride Home”, del 1991.

Il grande ritorno di Joni Mitchell avviene nel 1991 con la pubblicazione di “Night Ride Home”; c’è adesso un ritorno alle radici acustiche, alla genuinità e alla raffinatezza a cui eravamo abituati ascoltando dischi come “Hejira” o “Blue”; c’è ovviamente una maggiore complessità dei suoni, negli arrangiamenti e nella strumentazione, grazie anche alla collaborazione di personaggi di spicco come Wayne Shorter; “Night Ride Home” ha qualcosa di misterioso, di sfuggente, di elegante e di meravigliosamente puro; prevalgono suoni notturni, atmosfere delicate ed oniriche, che in generale caratterizzano molti brani del disco; numerose le canzoni imperdibili, a partire da Come in from the Cold e Night Ride Home, passando per The Windfall, per poi terminare con la stupenda Two Grey Rooms.

Dopo il 1991, Joni Mitchell pubblica altri dischi, tra cui il bellissimo “Turbulent Indigo” nel 1994 e diverse raccolte negli anni successivi, ma l’ispirazione e la freschezza che caratterizzano i primi lavori sembrano ormai lontane. Gli ultimi dischi che comprendono canzoni inedite, ovvero “Taming the Tiger” del 1998 e “Shine” del 2007, sono passati praticamente inosservati. La voce di un definitivo ritiro dalle scene, annunciato piuttosto spesso negli ultimi 20 anni, è stato altrettanto spesso smentito dall’annuncio di nuove pubblicazioni discografiche, che comunque si sono rivelate, nei due casi precedentemente menzionati, decisamenti inferiori alle aspettative.

I sempre numerosi fan di Joni Mitchell sono ancora in attesa di nuovi grandi album e, magari, di altri concerti, specie per chi, come me, non ha mai avuto la possibilità di vederla esibirsi dal vivo; speriamo che la signora del canyon, come ricorda il titolo di un suo vecchio disco, torni presto a farsi sentire…

Di seguito alcuni video di storici pezzi di Joni Mitchell:

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9 thoughts on “La Signora del Canyon… Joni Mitchell

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