J Dilla – il pioniere del soulful hip hop

Nei giorni scorsi ricorreva l’anniversario di nascita e morte di uno dei più grandi produttori della storia della musica, in particolare dell’hip hop. Mi riferisco a James Dewitt Yancey, meglio conosciuto come Jay Dee a.k.a. J Dilla.

J Dilla

Jay Dee a.k.a. J Dilla nel suo studio.

Parlare di artisti del calibro di J Dilla non è mai facile. Più che altro perché bisognerebbe parlare di così tante produzioni, così tanti aspetti della sua vita che non basterebbe un intero blog, figuriamoci un solo post!

Questo accade quando si ha a che fare con dei personaggi che hanno fatto della sperimentazione e della ricerca della perfezione assoluta, il leit-motiv della loro vita.

Pensate ad artisti come Miles Davis o Bill Evans, protagonisti della rivoluzione del jazz modale, che hanno produzioni sconfinate proprio per le loro continue sperimentazioni (in particolare Davis).

Proverò a raccontarvi la storia di J Dilla a.k.a. Jay Dee, toccando i momenti salienti della sua vita e le sue produzioni più importanti. Spero sia cosa gradita.

James Dewitt Yancey nasce nel 1974 nel periodo d’oro del soul, a Detroit, patria della Motown, una delle etichette più prestigiose. Sua madre è un’ex cantante lirica e suo padre è il bassista di un gruppo doo-wop. Nasce e cresce con la musica nel sangue. Da bambino i suoi giocattoli sono il giradischi, vinili e registratori. Studia da autodidatta vari strumenti tra cui piano e soprattutto batteria. E lo fa fin da bambino con una passione quasi ossessiva dei dettagli, nelle sue collezioni, nei suoi strumenti e nelle sue prime registrazioni.

Insieme a T3 e Baatin, due suoi amici d’infanzia, fonda nel 1989, i Senepod che diventeranno con lui, nel 1995, gli Slum Village. Nel 1992 però avviene un incontro che cambierà per sempre la carriera e soprattutto l’approccio compositivo del nostro James: incontra Amp Fiddler, che lo guida alla scoperta della preziosa arte dell’uso dei primi campionatori e drum machine. La rivoluzione è iniziata!

Come un vero scienziato, Jay Dee (così si fa chiamare adesso) si divide tra casa e studio cercando, sperimentando, ascoltando la sua crescente collezione di vinili: DJ Premier, Diamond D, Native Tongues, Pete Rock su tutti. Nel 1993 fonda il suo primo vero gruppo, i 1st Down con il suo amico Phat Kat. Il duo non avrà grandi produzioni, tanto è che solo due anni dopo si scioglierà, ma le collaborazioni future con Phat Kat non mancheranno.

Nel 1995 nascono gli Slum Village grazie anche ad Amp Fiddler che reputa Jay Dee un vero genio. Il primo disco degli Slum Village “Fan-Tas-Tic Vol. 1” viene completato nel 1997, ma già da qualche tempo circola negli ambienti musicali in bootleg e finirà col non essere pubblicato fino al 2005. Attraverso Fiddler, Jay Dee conosce Q-Tip, allora membro degli A Tribe Called Quest. Anche questo sarà un incontro cruciale nella carriera di Jay Dee perché da qui inizierà la sua carriera di produttore per altri artisti. Album come “Beats, Rhymes and Life” (1996) e “The Love Movement” (1998) degli ATCQ vedono tra i produttori uno strano trio: “The Ummah” composto da Q-Tip e Ali Shaheed Muhammad dalla Tribe e lo stesso Jay Dee. Occasionalmente si uniscono Raphael Saadiq e D’Angelo. Il progetto The Ummah inizia a produrre musica a profusione: Busta Rhymes, Keith Murray, Guru, Grant Green, Jon B, 2Pac; sono solo alcuni dei nomi che si affidano alle sapienti mani del trio per le loro produzioni, altri invece come Whitney Houston, Brand New Heavies, Janet e Michael Jackson gli affidano la produzione di alcuni (geniali) remix.

Nel 1995 remixa e produce Runnin’ dei Pharcyde, singolo tratto da “Labcabincalifornia”. Il brano è una perla assoluta del rap della golden age, prodotta su un campione di Stan Getz, Saudade Vem Correndo, tratto da “Jazz Samba Encore” del 1963. Un beat sorprendente e geniale che fa entrare di diritto questo pezzo nella storia dell’hip hop.

Verso la fine degli anni 90 il progetto Ummah termina e Jay Dee entra a far parte dei Soulquarians, una formazione di grandi artisti che collaborano tra loro per produzione, featuring dei loro lavori personali. Ne fanno parte alcuni nomi che negli anni acquisteranno sempre maggior prestigio: Erykah Badu, Common, D’Angelo, Questlove e i Roots, Talib Kweli, Bilal e lo stesso Q-Tip. Questa formazione nasce principalmente dalla constatazione da parte di Questlove, Jay Dee, D’Angelo e altri membri di “viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda” per quel che riguarda le metriche e la composizione delle basi: tutti amano il beat sincopato e irregolare, in voga fino ad allora solo nella scena underground. All’orecchio poco preparato, le produzioni dei Soulquarians possono apparire fuori sincrono o semplicemente “strane” ma per chi riesce a comprendere il genio di produttori come Jay Dee, è un nuovo mondo che si apre e merita di essere scoperto sotto ogni aspetto.

J Dilla

Jay Dee diggin’…

Dal progetto Soulquarians nascono album fondamentali per la scena hip hop come “Like Water for Chocolate” (2000) di Common, o album pioneristici per la scena neo-soul e nu-funk come “Things Fall Apart” (1999) dei The Roots, “Voodoo” (2000) di D’Angelo, “Mama’s Gun” (2000) di Erykah Badu. In TUTTI questi album (e non solo) il nostro Jay Dee ci ha messo lo zampino.

Jay Dee non ha mai amato la visibilità al grande pubblico. Ci appare come uno studioso, un instancabile ricercatore del beat perfetto. Riserva le sue energie per il lavoro in studio e rifiuta contratti milionari che gli vengono proposti per lavorare lontano dai riflettori, defilato, così poco esposto che il suo nome spesso non appare nemmeno sui dischi. Negli anni ha prodotto pezzi come Didn’t Cha Know di Erykah Badu, Stakes Is High dei De La Soul, Nag Champa e The Light di Common, I Believe in You di Amp Fiddler e così via… Alcune sue produzioni (più o meno di successo) sono state rese note solo postumamente.

Nel 2000 finalmente viene pubblicato il primo disco ufficiale degli Slum Village, “Fantastic Vol. 2” capolavoro assoluto del gruppo, che comprende anche collaborazioni di gente del calibro di D’Angelo, Common, Pete Rock, DJ Jazzy Jeff, Q-Tip, Busta Rhymes, Questlove. Il disco è una rielaborazione del primo disco che, seppure uscito solo in bootleg, era stato un grande successo. Troviamo un Jay Dee più maturo, capace di regalare un disco smooth, complesso e profondo; esempio precoce di quello che sarà il suo stile negli anni successivi.

Nel 2001, dopo aver cambiato il suo nome in J Dilla, per distinguersi da Jermaine Dupri che si faceva chiamare J.D., arriva la consacrazione. Esce il suo primo album da solista, “Welcome 2 Detroit” sotto la Barely Breaking Even. Album anticipato dal singolo Fuck the Police, titolo troppo cattivo per la sonorità del pezzo.

J Dilla - Welcome 2 Detroit

“Welcome 2 Detroit” per molti è il capolavoro per eccellenza di J Dilla.

Per molti questo album rappresenta il punto più alto della carriera di J Dilla, un viaggio nella sua Detroit attraverso tutte le sfumature artistiche e culturali di una città che non è solo la capitale motoristica americana. Brani come Think Twice che ci riporta negli anni 70 con una rivisitazione di un classico di Donald Byrd e The Clapper, brano in perfetto stile Tony Allen, sono a dir poco sorprendenti. Dilla dà spazio a tutto il suo enorme bagaglio di cultura musicale e ci apre il suo mondo, fatto di breakbeat, in brani come Give It Up; sperimentazioni pure come in B.B.E. (Big Booty Express); l’amore per la bossa nova con Rico Suave Bossa Nova, tributo a Sergio Mendes; ritmi afro-beat in African Rhytms; troviamo poi brani come Shake it Down, Featuring Phat Kat, It’s Like That, e altri che scorrono via con una fluidità irreale, soprattutto perché in ogni brano ci si lascia affascinare dall’originalità di quei suoni “alieni” che fino a quel momento nessuno aveva concepito se non la sua mente.

Il 2002 sarà un anno difficile per J Dilla, che però non influenzerà più di tanto le sue produzioni. Di ritorno da un evento in Europa, infatti, venne colpito da un malore. Trasportato in ospedale, gli verrà diagnosticata la TTP o sindrome di Moschowitz, una malattia rara del sangue che colpisce ancora oggi, 3-4 soggetti su milione ogni anno. La notizia rimane segreta e J Dilla non smette di produrre, lavorando stavolta a “48 Hours”, disco del duo Frank-n-Drank. Il disco però viene rifiutato dalla MCA e verrà rilasciato solo in bootleg negli anni successivi. La stessa etichetta gli propone un contratto solista ma, dopo aver lavorato per oltre un anno al disco, anche questo lavoro viene scartato. Vedrà la luce come bootleg nel 2008 con il titolo “Pay Jay”.

J Dilla soffre, non solo per la sua malattia. Si affida quindi a etichette indie, come la Groove Attack, con la quale pubblicherà, nel 2003 un EP, “Ruff Draft”. Un disco che verrà ripubblicato integralmente qualche anno dopo sotto la Stones Throw.

Un disco che ci mostra un J Dilla più visionario del solito. Il materiale elaborato è “sporco”, irregolare, a tratti futuristico e astratto. Il tutto però avvolto da quella misteriosa e cupa eleganza propria del nostro Jay. Campionamenti unici come in Crushin, che contiene un sample da Sweet Stuff di Sylvia Robinson, o campioni da Soul Love di David Bowie in Take Notice. Un lavoro di classe cristallina, caratterizzato dalla solita minuziosa cura di ogni singolo beat. Un esempio del J Dilla visionario l’abbiamo ascoltando Nothing Like This, tratto proprio da “Ruff Draft”. Verrà ripubblicato in un mix più spumoso nel 2006 dal collettivo dei Chrome Children, sempre sotto la Stones Throw. Un brano melancolico, ipnotico, apparentemente sbilenco e disordinato. Ma il genio è tutto lì da vedere, in bella mostra.

J Dilla si stabilizza così presso la Stones Throw e sempre nel 2003 esce un disco, frutto di una collaborazione che durava già da 2-3 anni con un altro grandissimo produttore “venuto dal futuro”; tale Otis Jackson Jr. meglio conosciuto come Madlib. Il disco “Champion Sound” dei Jaylib (questo il nome del duo) è un capolavoro di rara bellezza che però delude le aspettative di molti che si aspettavano una fusione delle due menti e stili in un unico disco, invece troviamo “semplicemente” l’uno che rappa sulle basi dell’altro.

J Dilla e Madlib

J Dilla e Madlib in un negozio di dischi, in Brasile. Photo by Mochilla.

“Champion Sound” è un disco difficile da raccontare, le sonorità trascendentali, fatte di voci femminili e beat che si rincorrono, basi a tratti sognanti e ossessive. Un disco che come la maggior parte dei lavori di J Dilla, va assimilato col tempo. L’alchimia tra i due MC’s/producer è qualcosa di inspiegabile; il fascino di questo disco sta proprio nella sua originalità. Un viaggio per la mente assolutamente unico.

Le condizioni di salute di J Dilla continuano a peggiorare, ma il suo trasloco a Los Angeles, diversi viaggi in Brasile alla scoperta dell’universo musicale della bossanova lo fanno stare meglio, sia mentalmente che fisicamente, il clima e il calore latino sono per lui fonte d’ispirazione. Fino al 2005, quando, lunghi ricoveri lo debilitano a tal punto da doversi presentare ai suoi ultimi eventi pubblici su una sedia a rotelle. Oltre a vari problemi del sistema immunitario gli vengono diagnosticati alcuni problemi renali, ma più grave di tutti, il lupus, patologia infiammatoria cronica del tessuto connettivo. Incurabile. J Dilla è costretto ad un ricovero stabile in ospedale. Spesso i suoi amici e colleghi più stretti vanno a trovarlo rendendogli il calvario meno doloroso. J Dilla però non vuole starsene in ospedale ad aspettare la sua fine e fa trasformare la sua camera in uno studio di registrazione in miniatura, con pc, un campionatore Boss Dr. Sample SP-303, registratori digitali e vari strumenti. Sua madre, onnipresente in tutta la carriera di Jay, gli resterà accanto fino all’ultimo istante di vita, anche semplicemente per massaggiargli le dita addormentate per consentirgli di lavorare al pc.

Il 7 febbraio 2006, sotto la Stones Throw esce “Donuts” un disco particolare se ce n’è uno. Il titolo è dovuto semplicemente al fatto che Dilla era ghiotto di ciambelle. La leggenda narra che in certi periodi della sua vita non si nutriva di altro. 31 tracce, la più lunga delle quali è la splendida Workinonit che dura tre minuti scarsi. Gli altri brani sono frammenti di idee, pensieri a volte completi a volte solo abbozzati, lasciati volutamente incompiuti, quasi a voler tramandare degli esempi da cui prendere spunto ai posteri.

J Dilla - Donuts

Le due copertine di “Donuts”, il testamento artistico di J Dilla.

I campioni sono di prima scelta: in Time: The Donut of the Heart troviamo un sample di All I Do Is Think of You dei Jackson 5; The New Style dei Beastie Boys in Workinonit; People Hold On di Eddie Kendricks, presente in People; Fruitman dei Kool & the Gang, presente in The Diff’rence; Rubber Band dei Trammps in Dilla Says Go; fino a Bye, che contiene un campione di Don’t Say Good Night degli Isley Brothers.

James Dewitt Yancey in arte Jay Dee a.k.a. J Dilla, morirà solo tre giorni dopo la pubblicazione di “Donuts” per un arresto cardiaco. Aveva solo 32 anni.

“Donuts” secondo me può essere considerato il “testamento artistico” di J Dilla. Un album che rappresenta in pieno quello che è stato sia come uomo che come produttore musicale. Un disco introspettivo che non ha un vero e proprio filo conduttore. Vengono sparati uno dietro l’altro sprazzi di funk, poi soul, poi hip hop, sempre incredibilmente impeccabili, in un turbinio di bozze incompiute ma godibilissime nella loro estemporaneità. Questo disco rappresenta tutti quei pensieri, quelle idee, quei lampi di genialità creativa che facevano parte di J Dilla; può essere considerato un po’ il suo diario personale dove annotava i suoi pensieri, le sue sensazioni, i suoi sentimenti e le sue paure.

Jay Dee a.k.a. J Dilla è stato indubbiamente uno dei producer più importanti che l’hip hop abbia mai conosciuto, oggi è considerato da molti «the producers’ favourite producer». La magica fluidità dei suoi beat, morbidi e vellutati, cerebrali, psichedelici, urbani, profondamente soul, aprono la mente a visioni musicali mistiche. Un mondo che oggi pochissimi eletti riescono ancora a riproporre, Madlib che è stato anche suo collega, Robert Glasper e pochi altri.

J Dilla

Il pupazzetto J Dilla disegnato e prodotto da Phil Young Song per la J Dilla Foundation, per celebrare la vita del grande producer di Detroit.

Demiurgo di un sound attualissimo, J Dilla è uno di quei pochi che potrebbe dire oggi di aver “anticipato i tempi”. Dilla ha fiutato molto prima che si diffondesse, il vento della rivoluzione neo soul, diventando un pioniere di quella sonora raffinatezza destinata purtroppo ad essere sfruttata anche da gente che non possiede le stesse capacità stilistiche, ma soprattutto le stesse doti produttive e la medesima intensità emotiva, del suo ideatore.

La musica di J Dilla è stata fonte d’ispirazione praticamente per tutti quelli che lo hanno conosciuto e per tantissimi giovani produttori lo è ancora. Molti hanno usato, ricampionato i suoi pezzi, in particolare quelli di “Donuts”, facendone nuovi brani completi, è il caso di Ghostface Killah, Big Pooh, Clinton Sparks e molti altri. Probabilmente sarà stato proprio questo il desiderio di J Dilla, lasciare ai posteri delle chicche su cui lavorare, affinché il suo nome rimanga anche oggi, a distanza di sette anni dalla sua morte nella memoria di tutti.

A tal proposito ne approfitto per proporvi alcuni mixtape in free download usciti qualche giorno fa, dedicati alla memoria di J Dilla rilasciati su Bandcamp: il primo è di DJ J​-​Finesse (download QUI) e il secondo di un giovane produttore, D Dand (download QUI). Il terzo che vi propongo, invece, è uscito sotto l’etichetta indipendente Fellin’ Music (download QUI).

 Buona Musica!

Vorrei concludere definitivamente il mio intervento col pensiero di un grande pianista classico, Miguel Atwood-Ferguson:

«C’è una particolare profondità e onestà nella musica di Dilla, nel modo in cui i suoi beat si fondono insieme, la sua musica è piena di cose sottili che la maggior parte delle persone non riesce a percepire quando in realtà dovrebbero solo goderne. Il ciclo delle battute che normalmente nella musica hip hop è un rigoroso 4 quarti, in Dilla mutava, Dilla amava i loop a 5 battute ma non perché puntasse ad avere uno stile per forza “sconvolgente” o eccessivamente tecnico, anzi. Il desiderio di J Dilla non era evidenziare la tecnica, lui, con la sua musica stava cercando di dire che la vita è bella, che siamo fortunati a viverla e che noi, quando abbiamo il bisogno di fare qualcosa nel nostro cuore, dobbiamo farla senza esitare. Dilla è un genio moderno, ognuno ha dentro di sé il genio, ma non tutti, per qualche motivo, riescono a manifestarlo; Dilla l’ha fatto. Lui era un genio, un genio che con il suo coraggio e con la sua costanza ha catturato e rappresentato, con la sua musica, lo spirito del suo tempo».

[tradotto da The Guardian del 27 gennaio 2011].

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