Joe Bonamassa… la rinascita del blues

Joe Bonamassa

Joe Bonamassa, testimonial della Gibson. Si dice che a casa sua abbia oltre 100 chitarre di ogni genere.

«They’re calling him the future of blues, but they’re wrong,
Joe Bonamassa is the present;
so fresh and of his time that he almost defines it.»
[from Classic Rock Magazine]

Joe Bonamassa è oggi uno dei chitarristi blues più apprezzati della scena blues/rock. La sua giovane età (classe 77) lo rende uno dei più produttivi artisti degli ultimi anni. Sono infatti in uscita un suo nuovo disco live unplugged e il nuovo disco con Beth Hart, ma può già vantare, a soli 35 anni, ben 10 album da solista, 5 live e altri 6 che comprendono altri progetti e collaborazioni con altri artisti.

Nasce a New York, da una famiglia di musicisti da quattro generazioni, di chiare origini italiane: il suo bisnonno e suo nonno suonavano la tromba, suo padre suonava e vendeva chitarre. Con la musica nel DNA, il piccolo Joe a soli quattro anni riceve la sua prima chitarra, è un prodigio.

In un pomeriggio di qualche anno più tardi suo padre dal soggiorno di casa sua sente le note di Voodoo Chile di Stevie Ray Vaughan, il suo brano preferito. Pensa si tratti del suo stereo nella stanza affianco, va a controllare e si accorge che in realtà era Joe stesso che suonava Voodoo Chile alla perfezione! Piccolo dettaglio: Joe aveva sette anni.

Negli anni a venire incontra il suo mentore, Danny Gatton che influenzerà molto il suo stile e la sua carriera futura. A undici anni suona nella band di Gatton e a dodici, con la stessa band apre un concerto di B.B. King. A 14 anni partecipa ad un evento musicale organizzato dalla Fender. In viaggio incontra Berry Oakley Jr. Con lui fonda il suo primo gruppo, i Bloodline.

Gli altri due membri sono Erin Davis, figlio del monarca jazz Miles, e Waylon Krieger, figlio del grande Robby, famoso per essere stato autore di brani famosi come Light My Fire. Pubblicano un disco nel 94 dopodiché il gruppo si scioglie.

Joe Bonamassa

JB in una performance live.

Anni di lavoro e apprendimento e finalmente nel 2000, il debutto solista con “A New Yesterday”, come il famoso brano del 1969 dei Jethro Tull. Nel disco è presente inoltre proprio una reinterpretazione dello stesso brano oltre ad altre cover come Cradle Rock di Rory Gallagher o Don’t Burn Down That Bridge di Albert King.

Nel 2002 esce “So, It’s Like That”, secondo album si posiziona al primo posto tra gli album blues nelle classifiche di Billboard. Esattamente un anno dopo, nell’anno del blues, viene pubblicato “Blues Deluxe”. Anche qui troviamo diverse cover come il classico di Robert Johnson, Walking Blues o Wild About You Baby di Elmore James, Burning Hell di John Lee Hooker, Man of Many Words di Buddy Guy e così via…

La reinterpretazione di brani classici più o meno famosi è una costante negli album di Joe Bonamassa. La cosa sorprendente è la sua capacità di personalizzare in tutto e per tutto i brani scelti facendoli apparire assolutamente originali. Accade così in “Had to Cry Today”, album del 2004 e poi in “You & Me” del 2006 che contiene una splendida cover di Tea for One dei Led Zeppelin oltre a brani come So Many Roads di Otis Rush, High Water Everywhere di Charlie Patton e la famosa Your Funeral and My Trial di Sonny Boy Williamson. Degna di nota è anche Django, un intenso pezzo composto da Robert Bosmans, diventato uno dei classici di Bonamassa che ama riproporre il brano all’entrata di molti dei suoi live.

La crescita artistica di Joe Bonamassa è anch’essa una costante. È interessante scoprire come ogni album sia migliore del precedente, dal punto di vista musicale, dagli arrangiamenti e dalla voce di Joe, dettaglio non da poco. Ogni disco rappresenta un passo in avanti verso la maturità artistica. Lo dimostra con “Sloe Gin” del 2007, che contiene una splendida cover di Another Kind of Love di John Mayall; altro gradino, altro grande disco, è il 2009 ed esce “The Ballad of John Henry“, considerato da molti uno dei suoi lavori migliori (finora). Album quasi interamente inedito con brani come la title-track o Lonesome Road Blues, assolutamente imperdibili. Notevoli sono anche qui le cover di pezzi come Funkier Than a Mosquito’s Tweeter di Ike e Tina Turner o Jockey Full of Bourbon di Tom Waits.

4 maggio 2009 è una data speciale per Joe Bonamassa. Si avvera, infatti, un suo grande sogno, quello di suonare alla Royal Albert Hall di Londra, sold-out in pochissime ore. Un concerto emozionante (del quale verrà pubblicato anche un DVD) nel quale JB, tra i vari brani, ha eseguito Further on Up the Road, brano del 1957 di Bobby Bland che, a detta dello stesso Joe, è il primo brano che imparò a suonare da bambino. La sua interpretazione per di più è accompagnata dal suo idolo assoluto, colui che è stato modello di crescita per la sua intera carriera: Eric Clapton. Di fronte all’esigente pubblico della Royal Albert Hall i due dialogano alla grande con le loro chitarre, quasi come se suonassero insieme da anni, regalando ai presenti uno show di un’intensità ed un’energia incredibile.

Arriviamo così al 2010 quando viene pubblicato “Black Rock”, album che contiene pezzi come I Know a Place di John Hiatt, Spanish Boots di Jeff Beck, Bird on a Wire di Leonard Cohen. Degni di nota anche alcuni brani inediti tra cui l’originale Quarryman’s Lament e brani dal sapore country come Athens to Athens. Dulcis in fundo, presente anche una cover di Night Life, brano di Willie Nelson, suonato insieme a B.B. King!

La produttività di Joe Bonamassa è impressionante: Nel 2011 arriva “Dust Bowl”, un concentrato di blues e rock da far paura! Disco intenso, che mette in mostra tutta l’anima blues di Joe Bonamassa, senza tralasciare la sua vocazione rock, mai eccessivo, pulito, chirurgico. Troviamo pezzi energici come Slow Train o la title-track Dust Bowl, ma anche brani tradizionali come Tennessee Plates suonata in compagnia dell’autore stesso, John Hiatt, e You Better Watch Yourself di Little Walter. Vorrei segnalare, inoltre, da questo disco, due dei miei pezzi preferiti di Joe, Black Lung Heartache, inedito, e The Meaning of the Blues, brano di Bobby Troup, interpretato in modo che definire sensazionale sarebbe un eufemismo.

Joe Bonamassa - Don't Explain

2011, “Don’t Explain” uno dei migliori album di Joe Bonamassa, il primo in compagnia di Beth Hart.

Nello stesso anno Joe Bonamassa continua la sua collaborazione con Beth Hart, iniziata proprio con “Dust Bowl” in una cover di Tim Curry, No Love on the Street. Beth Hart è una cantante americana diventata famosa grazie al suo singolo L.A. Song (Out of This Town) nel 1999. Conosciuta maggiormente dagli appassionati di musica rock, Beth Hart ha voce che può spaziare dal blues al soul, dal rock al gospel. Nella sua carriera infatti ha fatto della fusion la sua vera vocazione.

I due iniziano un progetto che prevede una reinterpretazione di vecchi classici della musica soul, più o meno famosi e riportarli alla luce in chiave blues contemporaneo. Ne viene fuori “Don’t Explain”, disco assolutamente imperdibile. Si apre con un classico di Ray Charles, Sinner’s Prayer del 1957. La voce graffiante di Beth Hart, affiancata alla chitarra di Joe Bonamassa, rendono questo pezzo una vera bomba di energia che non potrete non sentire. Troviamo poi Chocolate Jesus, brano di Tom Waits, del quale Beth Hart è una grande ammiratrice, Don’t Explain di Billie Holiday, nel quale Beth Hart dimostra di non aver nulla da invidiare alle vocalist jazz, nonostante la sua anima rock. Brano da brividi dal quale prende il nome l’album.  La stessa Beth Hart confessa:

«…I remember the first time I heard it,
I thought the musical changes alone were so dark and beautiful…
Getting to do this song was a gift for me as an artist.»

A seguire due classici, stupendi della signora del blues, Etta James, I’d Rather Go Blind e Something’s Got a Hold on Me. Come la Beth stessa ci racconta, sono brani che fanno parte della storia del blues, ma anche della sua formazione artistica, «se vuoi cantare soul e blues non puoi non cantare Etta James». A chiudere questo splendido disco, capolavoro assoluto, troviamo anche qui due brani che hanno segnato la crescita artistica di Beth Hart: I’ll Take Care of You di Brook Benton, pezzo di imbarazzante bellezza, e la struggente Ain’t No Way della regina del soul, Aretha Franklin. Su quest’ultimo brano Beth ci racconta un aneddoto personale:

«…When I was 19, a friend gave me a tape of Aretha,
and I was listening to it in a rental car in Florida.
When “Ain’t No Way” came on, I had to pull over, because I was crying-not because I was sad,
but because I couldn’t believe anyone could sing like that…»

Secondo Joe Bonamassa, Beth Hart è una cantante che tutti dovrebbero conoscere, non ha nulla da invidiare alle grandi voci femminili più conosciute. Non ha tutti i torti visto che ascoltando i dischi di Beth Hart e questo “Don’t Explain” ci rendiamo conto della “malleabilità” della sua voce, che si adatta a qualsiasi arrangiamento, a qualsiasi sonorità, da quelle più dure del rock, a quelle più intense del blues, a quelle più docili e morbide dei classici soul.

Joe Bonamassa

Joe Bonamassa live con la sua Gibson Les Paul.

Nel 2012, arriva l’undicesimo album per Joe Bonamassa, “Driving Towards the Daylight” che si apre con Dislocated Boy, uno dei tre inediti del disco. A seguire troviamo varie cover tra cui Stones in My Passway del padre del blues, Robert Johnson, I Got All You Need di Willie Dixon, Lonely Town Lonely Street di Bill Withers. Degna di nota è Who’s Been Talkin’? di Chester Burnett meglio conosciuto come Howlin’ Wolf che si apre con la voce registrata dello stesso Wolf, che ci introduce a questo brano. Inoltre da menzionare un altro brano inedito, che dà il nome al disco, Driving Towards the Daylight, scritta con Danny Kortchmar. Un blues lento che ci racconta di un lungo viaggio su strada parallelamente al lungo viaggio della vita, attraverso la musica.

Pensate che nel 2013 Joe Bonamassa si sia preso una pausa? Vi sbagliate! Ad inizio anno, ha intrapreso un nuovo progetto. Nuovo gruppo, i Rock Candy Funk Party e nuovo album pubblicato “We Want O Groove”. Fin dalla copertina, dal titolo, dal colore e persino dal carattere utilizzato, notiamo una chiarissima citazione, tributo a “We Want Miles” album live del 1982 di Miles Davis, appartenente al suo periodo fusion. Come facilmente intuibile, quello dei RCFP è un album funk, interamente strumentale. Il progetto dei RCFP, ha come obiettivo quello di riportare alla nostra epoca quelle sonorità, quei groove psichedelici degli anni 60-70 di Sly Stone, dei Weather Report, fino ai giorni nostri, ovviamente sotto una veste tutta nuova.

Rock Candy Funk Party - We Want Groove

Novità 2013, il primo disco dei Rock Candy Funk Party… assolutamente imperdibile!

I RCFP riscrivono il jazz-funk, traendo, ovviamente, ispirazione dai classici. Troviamo il groove anni 70 dei Temptations in The Best Ten Minutes of Your Life, oppure assaggi di Jeff Beck e Average White Band in Octopus-E, primo singolo estratto dall’album. Ci sono poi pezzi come Animal/Work che richiama molto il funk degli anni 80, contaminato dalla corrente dance, fino a brani “soulful” come New York Song, che chiude il disco. Un album intenso e complesso ma, per chi ha l’orecchio allenato anche fresco e brillante. Un disco che definirei semplicemente “necessario” per le emozioni che trasmette!

Lo stile di Joe Bonamassa nel pizzicare le sei corde è qualcosa di impressionante, ora con delicatezza ora con rapidità e aggressività da vero rocker. Pur rimanendo legato alle sue forti radici blues, Joe Bonamassa è un bluesman virtuoso, moderno, capace di proporre anche classici degli anni 50/60 in chiave assolutamente contemporanea, donando letteralmente nuova vita a brani quasi dimenticati o poco conosciuti dai più giovani. Sinceramente, è uno degli interpreti più originali che io abbia mai ascoltato.

E non è finita qui per quest’anno. Il 25 marzo uscirà un nuovo live unplugged di JB, “An Acoustic Evening at the Vienna Opera House” e in più a fine primavera verrà pubblicato il secondo disco in collaborazione con Beth Hart! Insomma ancora tanto, tanto blues per questo grande artista in continua crescita che, per usare le sue stesse parole da una recente intervista, «spera di non aver ancora pubblicato il suo miglior album». Noi continueremo a seguirlo, sperando che ci regali ogni volta grandi album, grande blues, ma soprattutto grandi emozioni!

Buona Musica!

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