…Bird Lives…

«Fu il Picasso dell’arte afroamericana,
l’uomo che reinventò la sintassi e la morfologia
della musica jazz e ne deviò il corso».

[cit. Arrigo Polillo]

Charlie Parker

Charlie “Bird” Parker. Photo from Herman Leonard Collection.

Ultimamente le imprese ardue sono il mio forte, per questo ho deciso di raccontarvi di uno dei più grandi musicisti del ventesimo secolo, per molti il più grande in assoluto. Ci proverò.

L’idea mi è venuta dopo aver visto e apprezzato un film a lui dedicato, “Bird” con regia di Clint Eastwood. Mi riferisco all’immenso Charlie “Bird” Parker, considerato uno degli inventori del bebop, assieme al suo collega nonché fedele amico Dizzy Gillespie.

Siamo nel 1947, New York, 52ª strada, nel tratto tra la quinta e la settima Avenue, Manhattan. Conosciuta anche come “the street of jazz” o come “the street that never sleeps” (la strada che non dorme mai).

Qui, se chiedete chi sia la Regina, avrete una sola risposta: Lady Day, Billie Holiday.

È notte fonda, piove. Al “Three Deuces” uno dei club più famosi della zona, ci sono due musicisti che di lì a poco avrebbero scritto pagine indelebili di storia del jazz, hanno due nomi buffi, Dizzy & Bird: il primo ha delle guance che si gonfiano a dismisura quando soffia nella sua tromba, è quasi divertente da osservare oltre che meraviglioso da ascoltare; il secondo, Bird, è un sassofonista che ha riscritto le regole del jazz e che manda in estasi musicale chiunque lo ascolti.

I due si sono già guadagnati la pagnotta suonando lì la sera prima, ma si sono piacevolmente trattenuti dopo la chiusura per una jam session “intima”.

Vi si alternano molti musicisti, presenti soprattutto per farsi conoscere, per far parlare di sé, insomma, per lasciare il segno e sperare in una chiamata, incidere un disco e guadagnare qualche dollaro. Bisogna tener presente che in quegli anni il business della musica era totalmente diverso da oggi. I musicisti non se la passavano benissimo, si sostenevano a vicenda, suonando l’uno nella band dell’altro e in ogni caso non guadagnavano molto. Nelle jam notturne spesso ci si ritrovava per confrontarsi, sperimentare, studiarsi a vicenda e soprattutto suonare jazz fino al mattino seguente.

Ci sono pochissime testimonianze di quelle epiche jam, solo chi era lì poté raccontare agli altri la magia di quei momenti di pura estasi bop. In precedenza, prima che il movimento bebop prese piede, lo stesso scenario si presentava in un’altra strada, la 118ª ovest, ad Harlem; fulcro della cultura afro-americana e centro nevralgico delle sonorità black. Le notti di Harlem trascorrevano in locali come il “Monroe’s” o il leggendario “Minton’s Playhouse”. Qui spesso si ritrovavano musicisti come Thelonious Monk, Max Roach, Howard McGhee, Roy Eldridge, Teddy Hill, e ovviamente Dizzy e Bird.

Dizzy Gillespie

Dizzy Gillespie, spiega il bebop, con tanto di lavagna e gessetto. New York, May 1, 1947, © AP Photo.

Nonostante sia stato ideatore di un movimento artistico dove regnano genio e sregolatezza, John Birks “Dizzy” Gillespie aveva la testa sulle spalle, aveva famiglia e si “limitava” a passare qualche notte fuori casa per lavoro o al massimo durante qualche tour. Charlie “Bird” Parker, invece, era il lato oscuro di Gillespie. Spesso non rientrava a casa per giorni, trattenendosi nei club, girovagando solo per strada nelle fredde notti newyorkesi o, nella migliore delle ipotesi, a letto in compagnia di donne di dubbia moralità. Aveva anche lui moglie (ne ha avute quattro in realtà) e figli ma spesso, a vincere sulla volontà di Bird, c’era una bestia feroce, la peggiore che un uomo possa mai incontrare nella sua vita: la droga.

Già… perché Charlie Parker soffriva di una grave dipendenza dall’eroina, fin da quando aveva 15 anni. In quegli anni molti artisti facevano uso di stupefacenti, alcuni per crisi personali o per semplice dipendenza, altri ancora pensavano che la droga aprisse loro le porte della percezione totale, che conferisse loro particolare doti creative nella musica e nell’arte in generale. Bird la usava anche per questo, ma spesso ne aveva bisogno per lenire i suoi dolori fisici. Anni di dipendenza gli avevano provocato un’ulcera che di tanto in tanto gli causava dolori insopportabili che calmava solo con l’eroina. Spesso era al verde, impegnò più volte il suo sax, riceveva prestiti da ammiratori e colleghi ma raramente restituiva il denaro, arrivando persino a mendicare per strada. Più di una volta provò a risalire fino alla luce, ma altrettante volte ricadde nel baratro. Quando non si faceva, per combattere l’astinenza si dava all’alcool e quando non aveva nemmeno quello, per sfogarsi, se la prendeva con il mondo intero, per qualsiasi futile motivo; scatenando più volte risse, arresti e anche ricoveri, i suoi, presso cliniche psichiatriche.

Charlie Parker

“Out of Nowhere”, un’opera dell’artista Ian Johnson (acrilico su tavola), tributo a Charlie Parker.

L’ambiente circostante di certo non lo aiutava; l’abuso di droga negli ambienti jazz era routine in quegli anni. Vero, ma il Bird musicista era però qualcosa che all’epoca nessuno avrebbe potuto neanche lontanamente immaginare. Forse solo Louis Armstrong, per grandezza e genio creativo, avrebbe potuto competere con lui.

Insieme ad Armstrong infatti, Parker riscrisse quelli che erano i limiti, rispettivamente per i loro strumenti. E quei confini rimasero inarrivabili per decenni, almeno fino alla rivoluzione modale degli anni ’60 con John Coltrane e Miles Davis.

Quando era sul palcoscenico, Bird era libero, non dipendeva più da nulla… grazie al suo sassofono riusciva a tirar fuori quella che era la sua vera anima, un’anima creativa come poche altre al mondo; la sua passione e la capacità d’improvvisare come nessun altro, ne fecero accrescere la fama. Spesso, pur di avere qualcosa di nuovo da proporre, scriveva solo le prime otto battute della partitura, poco prima della seduta di registrazione del brano in studio, per poi affidare il resto all’improvvisazione. Del resto è così che nacque, secondo la leggenda, il bebop: si racconta che Bird stesse suonando Cherokee, brano di Ray Noble. Stufo della stessa linea armonica stereotipata, Parker diede ascolto al suo inconscio e al suo genio creativo. Iniziò ad improvvisare a lungo su questo pezzo impiegando come linea melodica gli intervalli più alti degli accordi, mettendovi sotto armonie nuove. Il risultato fu un pezzo totalmente fresco e originale. Fu il primissimo esempio di bebop.

Il suo estro incontenibile, l’appoggio quasi onnipresente di Dizzy Gillespie e il suo talento innato diedero vita a brani oggi considerati degli standard jazz e che rappresentarono (e rappresentano ancora oggi) un vero e proprio manifesto del movimento bebop: Ko Ko, Ornithology, Billie’s Bounce, Be Bop, Now’s the Time Groovin’ High, Dizzy Atmosphere e All the Things You Are sono dei capolavori di classe assoluta, sicuramente tra i più rappresentativi del genere.

Charlie Parker, Dizzy Gillespie & John Coltrane

Bird & Dizzy, colleghi ma soprattutto grandi amici. Sulla destra un giovanissimo John Coltrane.

Tra il 1945 e il 1946, Bird, Dizzy e la loro band partirono alla volta della California al grido di “Bebop Invades the West”. Inizialmente il successo delle esibizioni era discreto, ma a breve il pubblico di Hollywood dimostrò di non essere ancora pronto per il bop. Troppo abituati alle sonorità morbide e spensierate dello swing, alcuni magnati discografici boicottarono letteralmente il bebop, cancellando trasmissioni radiofoniche e annullando gli eventi in programma. Charlie Parker adorava la California tranne che per il fatto che da quelle parti, l’eroina scarseggiava e spesso in quel periodo aveva crisi d’astinenza, che gli causavano preoccupanti sbalzi d’umore.

C’è un episodio che rimase negli annali. Risale al 29 luglio del 1946, negli studi della Dial Records che all’epoca aveva sede a Los Angeles. Si racconta che ad assicurarsi che Parker mantenesse la calma, fosse presente in studio persino uno psichiatra. Fortunato lui, dato che ebbe l’onore di assistere ad una delle più intense performance della storia.

Bird quella sera era uno straccio, faceva fatica a tenersi in piedi, sudava copiosamente, era confuso e non riusciva a coordinarsi col sassofono. Venne registrata a fatica Max Is Making Wax, poi, dopo una pausa, Parker volle incidere un altro brano, Lover Man, malinconica ballata di drammatica bellezza, datato 1941 e scritto per Billie Holiday che lo trasformò in uno standard jazz. Cominciò così una delle più celebri sedute di registrazione nella storia del jazz. Così Ross Russell, capo della Dial Records descrive quella performance:

«…Era stridente, piena di angoscia. In essa c’era qualcosa che spezzava il cuore. Le frasi erano strozzate dall’amarezza e dalla frustrazione dei mesi passati in California. Le note che si susseguivano avevano una loro triste, solenne grandiosità.
Sembrava che Charlie suonasse con automatismo, non era più un musicista pensante. Quelle erano le dolorose note di un incubo…»

Una delle più incredibili testimonianze dell’arte del ventesimo secolo. L’anima sanguinante di Parker, straziata dal dolore, messa a nudo completamente. «Un capolavoro deforme», così lo ha definito Arrigo Polillo, grandissimo giornalista e scrittore diversi di saggi sul jazz.

La sessione venne registrata “one take” ma Parker non rimase soddisfatto e volle ripetere quella sessione anni dopo ma, per quanto perfetta, la nuova sessione non raggiunse i livelli di pathos ed emotività di quella sublime sera ad L.A. Dopo la sessione, Bird ebbe una crisi nel suo albergo, venne arrestato e successivamente internato nel reparto psichiatrico della “Camarillo State Mental Hospital”. La triste esperienza ispirerà Bird per un’altra sua famosa composizione, Relaxin’ at Camarillo.

Altra composizione ricordo del periodo californiano è Moose the Mooche, dedicata ed ispirata sarcasticamente ad un personaggio bizzarro, Emry Byrd detto appunto “Moose the Mooche” (letteralmente “l’alce scroccone”): si trattava infatti di un nano su una sedia a rotelle che, nonostante la sua condizione, era un pusher del ghetto di Los Angeles presso il quale Bird si riforniva. Tecnicamente basato sulla progressione degli accordi di I Got Rhythm, negli anni è diventato uno standard, ripreso in seguito anche da Dizzy Gillespie, Bud Powell, Miles Davis, Stevie Wonder e Joshua Redman.

Mingus, Monk, Haynes e Charlie Parker

Charles Mingus, Thelonious Monk, Roy Haynes e Charlie Parker… una band strepitosa!

Tra il 1947 e il 1952, sotto la Verve Records, Charlie Parker realizzò uno dei suoi sogni, suonare con un’orchestra di archi. Da sempre appassionato e cultore di musica classica, Bird, registrò “Charlie Parker with Strings”, due dischi di standard jazz riarrangiati e resi più dolci e “orecchiabili” ad un vasto pubblico. I due dischi infatti rappresentano il successo discografico maggiore di Charlie Parker.

1949 a New York, 1678 Broadway, all’angolo con la 52ª apre un nuovo club jazz, il “Birdland” chiamato così in suo onore. Charlie Parker si sente orgoglioso del tributo che gli è stato fatto ma non si tratta di un suo locale, né ha mai dato consensi sull’utilizzo del suo soprannome; anzi diverse volte gli fu addirittura negato l’ingresso, per le sue condizioni psico-fisiche precarie. In ogni caso ci suonò diverse volte e grazie a lui il Birdland divenne per circa 15 anni uno dei locali di riferimento di New York, con serate jazz che si prolungavano molto spesso fino all’alba. Il locale era spesso frequentato da star del cinema e molti musicisti famosi: era facile incontrare Gary Cooper, Marilyn Monroe, Frank Sinatra, Sammy Davis Jr. e Sugar Ray Robinson.

Charlie Parker Quintet - Jazz at Massey Hall

1953, “The Quintet” pubblica “Jazz at Massey Hall”… album storico!

Durante un tour, nel 1953, Bird si esibì a Toronto, presso la Massey Hall. La band (e non è uno scherzo) oltre a Parker era formata da Dizzy Gillespie, Charles Mingus, Bud Powell e Max Roach. Quella sera però coincise con la diretta in tv di un match di boxe valido per il titolo mondiale tra Rocky Marciano e Jersey Joe Walcott. Risultato? Scarsissimo pubblico all’evento.

Peccato per loro perché si persero uno dei concerti jazz più brillanti e spettacolari di quegli anni. Dovettero accontentarsi di riascoltarlo su disco più tardi. Eh già perché Charles Mingus registrò la serata e qualche tempo dopo venne pubblicato un disco “Jazz at Massey Hall” a nome “The Quintet”, dove Bird, per ragioni contrattuali venne indicato come “Charlie Chan” (riferito al nome di sua moglie). Rimane, ancora oggi, uno dei live più importanti della storia del jazz.

All’inizio del 1954 altro viaggio in California, per sostituire Stan Getz per alcune sere, dato che era stato arrestato per aver minacciato con una pistola un farmacista che non voleva vendergli degli stupefacenti. Le serate trascorrono abbastanza tranquille ma all’improvviso Bird riceve una telefonata: sua figlia Pree, era morta, stroncata da una polmonite. Questo evento lo sconvolgerà letteralmente… qualche mese dopo, dopo una serata in un locale, tornò a casa e dopo una discussione con sua moglie, perseguitato dai fantasmi del passato, tentò il suicidio, ingerendo della tintura di iodio. Venne ricoverato ancora una volta in una clinica psichiatrica. All’uscita Charlie Parker sembra stare meglio ma i problemi economici e soprattutto di salute, non passano.

Tenne i suoi ultimi concerti il 4 e il 5 marzo del 1955, al “Birdland”. Sarebbe dovuta essere una band fenomenale, insieme con Bud Powell (anch’egli provato dalle droghe), Charles Mingus, Art Blakey e Kenny Dorham.… Ma è un fiasco totale: Parker è esausto, sembra non aver più nulla da trasmettere. Qualche giorno dopo, mentre era ospite da un’amica, un’altra mecenate bianca, la baronessa Nica Rothschild de Koenigswarter, ebbe un malore improvviso, si accasciò sul divano e non si rialzò mai più. Il coroner, alla sua morte, stimò un’età compresa tra i 50 e 60 anni ma, in realtà, Bird ne aveva solo 34. Morì ufficialmente per una polmonite ma aveva anche un’ulcera perforante, cirrosi epatica e probabilmente morì per un infarto. La sua forte dipendenza dall’eroina e l’alcool lo avevano reso uno straccio portandolo inesorabilmente alla morte.

Bird - The Charlie Parker Story

Locandina di “Bird”.

Come vi dicevo all’inizio dell’articolo, ho pensato di raccontarvi di Bird, dopo aver visto il film di Clint Eastwood del 1988, vincitore di un Golden Globe per la miglior regia e un Oscar per miglior sonoro. Un film “dedicato ai musicisti” come si legge dai titoli di coda; drammatico, cupo e introspettivo, con diversi “salti temporali” nella vita di Bird; ci racconta del Charlie Parker musicista, del genio creativo, dei suoi successi, come quando Parker va in tournée a Parigi, ma anche dei suoi fallimenti, come il suo tentativo di suicidio e la sua esasperata dipendenza dall’eroina.

Film intenso, volutamente buio, ci mostra gli ambienti affollati e fumosi dei jazz-club della Grande Mela, curioso quando Red Rodney, trombettista ebreo e grandissimo fan di Bird, collabora con lui sotto lo pseudonimo di “Albino Red”, spacciandosi per un nero albino, per far fronte ai problemi razziali nel sud degli USA. Straziante invece, quando un Charlie Parker in preda alla disperazione, manda dei telegrammi alla moglie, dopo aver saputo della morte di sua figlia e così via. Film imperdibile con un Forest Whitaker eccezionale, nei panni di Bird; interpretazione che gli valse il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes.

Charlie Parker è un pezzo di storia dell’arte del ventesimo secolo. Ha suonato probabilmente con i più grandi jazzisti mai esistiti ed è stato fonte d’ispirazione per molte generazioni di musicisti negli anni avvenire. Non vi ho parlato molto dei suoi album perché la discografia ufficiale di Bird conta oltre 150 album. Certo le sessioni della Dial e della Savoy sono forse in assoluto i suoi migliori lavori in studio, ma in realtà ogni disco di Parker ha una storia da raccontare, ogni album è un piccolo pezzo di Bird, ogni composizione è un brivido che sale su per la schiena e ogni sua improvvisazione è una perla di immensa classe e genialità ad ascoltare e riascoltare per rendere omaggio ad uno dei più grandi musicisti del secolo.

«Vieni a riempirmi il calice.
E nel fuoco della primavera getta il tuo manto invernale di pentimento.
L’uccello del tempo ha poco spazio per volare, ma Bird ha preso il volo.»

Buona Musica!

A differenza del solito per Charlie Parker vi propongo questa playlist che contiene il meglio delle composizioni di Bird.
Un ringraziamento al canale OverJazz Records per lo splendido lavoro!

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