The Godfather of Neo Soul… Roy Ayers

Roy Ayers

Roy Ayers al Camp Bestival 2009.

«I’m not imprisoned within any particular style or category of music.
I grew up in the be-bop culture or
what people today call classic jazz.»

[Roy Ayers]

Oggi vi porto nel periodo d’oro della black music, gli anni 70, per parlarvi di un artista che definirei “profetico”. Potrebbe sembrare una metafora troppo ambiziosa, ma non lo è, e vi spiegherò subito il motivo. Il protagonista di oggi è Roy Ayers, musicista eclettico, maestro in uno strumento tanto affascinante quanto originale, il vibrafono, per il quale viene considerato ancora oggi il numero uno assoluto a livello mondiale.

Nato a Los Angeles da una famiglia di musicisti, a soli 5 anni, assiste ad un concerto di colui che sarà uno dei suoi idoli, Lionel Hampton. A fine spettacolo Mr. Hampton, accortosi della passione con la quale il piccolo Roy seguì lo spettacolo si avvicinò e gli regalò le bacchette per vibrafono con le quali aveva suonato quella sera. Roy crebbe studiando musica da autodidatta e grazie anche ad un altro vibrafonista, Bobby Hutcherson, perfezionò la sua tecnica e affinò il suo stile.

Nel 1963 debutta con “West Coast Vibes”. La sua formazione vede tra le sue file musicisti come Bill Plummer al basso, Tony Bazley alle percussioni e Herbie Mann ai fiati. A fine anni 60 ottiene un contratto con la Atlantic Records per la quale pubblicò solo due dischi. Nel 70 c’è il cambio d’etichetta verso la Polydor e nello stesso anno la nascita degli “Ubiquity”, gruppo fondato dallo stesso Ayers grazie al quale riuscì a trovare il sound perfetto per il suo stile e per il successo. Il gruppo debutta nel 71 con “He’s Coming” un album (ispirato al musical “Jesus Christ Superstar”) introspettivo e profondo che vede alle percussioni nientemeno che Billy Cobham. Disco che contiene We Live in Brooklyn Baby, un ibrido di jazz funk e soul che può essere considerato una sintesi di quella che è l’estetica di Roy Ayers nella sua forma più alta.

1973 esce “Coffy”, film di Jack Hill diventato un classico della blaxploitation che racconta le vicende di un’infermiera, Coffy, interpretata dalla splendida e sensualissima Pam Grier, decisa a vendicare sua sorella minore che, per colpa di alcuni pusher, è costretta a vivere in rehab. Un film cult dell’epoca, caratterizzato (ovviamente) da una colonna sonora a dir poco coinvolgente.

Roy Ayers - Coffy (Soundtrack)

“Coffy”, colonna sonora spettacolare per Roy Ayers.

L’autore è il nostro Roy Ayers che scrive l’intera soundtrack che nelle parti vocali vede, tra gli altri, anche il nome di Dee Dee Bridgewater. Un disco diventato un must, assolutamente imperdibile per gli amanti del funk della blaxploitation.

Successivamente, in particolare con “Mystic Voyage” nel 1975, Roy Ayers “si evolve” e inizia a fondere la sua anima funk con le sonorità soul, r&b e dance. Brani simbolo dell’album sono appunto Evolution e Brother Green (The Disco King), che dominarono le classifiche funky/dance del periodo.

Nel 1976 arriva il capolavoro che segnò la carriera di Roy Ayers, “Everybody Loves the Sunshine”. A dire la verità all’epoca questo disco meraviglioso ebbe un successo piuttosto modesto, ma niente di strabiliante. Con gli anni invece ha acquistato sempre più valore diventando uno dei dischi simbolo non solo di Roy Ayers ma di un intero movimento. Considerato da molti l’album pioniere del neo soul, “Everybody Loves the Sunshine” è un disco caratterizzato da beat morbidi, sonorità calde e “smooth”. Ricco di sperimentazioni elettroniche e atmosfere che definirei semplicemente “soulful” grazie soprattutto all’affascinante vibrafono di Roy Ayers che regala brividi ed emozioni senza paragoni.

L’anno successivo nasce il progetto RAMP (Roy Ayers Music Project), un gruppo nato come supporto all’arte di Roy Ayers, ma del quale egli non fece mai parte, pur essendo autore e produttore dei loro pezzi. Il gruppo pubblicò un solo album, “Come into Knowledge” (1977) considerato un classico tra i “rare groove”, ovvero tra i dischi irreperibili, dai musicisti e dagli appassionati.

Fela Kuti & Roy Ayers - Music of Many Colors

“Music of Many Colours”, l’incontro di due menti geniali.

1980, viene pubblicato un album strepitoso “Music of Many Colours” in collaborazione con il carismatico Fela Anikulapo Kuti, inventore dell’afro-beat. Il disco fu il risultato di un tour svoltosi in Africa l’anno precedente.

L’incontro dei due geniali musicisti potrebbe sembrare un po’ azzardato visti gli stili differenti ma ascoltando il disco, dimenticherete queste formalità: da una parte l’innovazione e la classe cristallina di Roy Ayers al vibrafono, dall’altra il beat crudo e incalzante di Fela Kuti, impegnato socialmente e politicamente, con la sua orchestra di 14 elementi tra cui sette delle sue mogli a fare da coriste.

Il disco contiene solo due tracce di circa 20 minuti ognuna. La prima è 2000 Blacks Got to Be Free, guidata da Roy Ayers e dal suo settetto. Introduzione da parte della Fela Kuti’s Orchestra e poi via con un groove trascinante fino alla fine con Harold Land al sax che si esibisce in un solo da paura! Un pezzo afro-funk che non riuscirete ad ascoltare senza muovervi! A seguire Africa, Center of the World, pezzo diretto invece da Fela Kuti. Inizia con la sezione cori dell’orchestra per poi dare spazio ai fiati e al vibrafono di Ayers a dare al brano un groove eccezionale, quasi ipnotico, risultato di un incontro (purtroppo l’unico in un intero album) tra due geni musicali del ventesimo secolo.

Negli anni 80 i suoi lavori sono per lo più incentrati sullo stile funky/dance perdendo, secondo me, un po’ dello smalto che aveva avuto nel decennio precedente. All’inizio del 90 invece torna al suo sound originario con diversi lavori interessanti come “Searchin'” del 1991, la collaborazione con Rick James per “Double Trouble” del 92, “Lots of Love” del 1998 ed alcuni splendidi live dalla Ronnie Scott’s Jazz House di Londra.

Roy Ayers

Roy Ayers si esibisce a Londra in un festival contro il razzismo nel luglio del 2006. Photo by Samir Hussein/Getty Images ©

Tra le altre collaborazioni illustri negli anni 90 c’è quella con Donald Byrd per alcune esibizioni live nel 93 e quella con Guru per “Jazzmatazz, Vol. 1” nel brano Take a Look (at Yourself).

Senza nulla togliere alle produzioni degli anni 80, possiamo dire senza dubbio che il meglio di Roy Ayers l’abbiamo avuto negli anni 60-70. In quegli anni i Roy Ayers Ubiquity hanno davvero scritto pagine importanti della black music con album che ancora oggi sono ricercatissimi e brani campionati più e più volte da vari MC e producer di altissimo livello quali Guru, A Tribe Called Quest, Common, Mos Def, Tupac e molti altri. È stato stimato che, alla luce delle produzioni odierne, i pezzi di Roy Ayers sono quelli più campionati in assoluto dietro “solamente” a quelli di James Brown. L’innovazione e la genialità di Ayers, sono avanti anni luce se considerate il contesto storico. Nell’epoca d’oro della Motown, di James Brown e del funk psichedelico, lui sembrava “lavorare per il futuro”, molti suoi lavori infatti sono stati realmente apprezzati solo anni dopo la loro pubblicazione.

Roy Ayers

Un giovane Roy Ayers con uno dei suoi vibrafoni.

La sua lungimiranza secondo me la si vede anche nella scelta del nome del suo gruppo: “Ubiquity”, ubiquità, onnipresenza.
Lui lo sapeva già, sapeva che a distanza di 20-30 anni i suoi brani sarebbero tornati attuali attraverso i campionamenti del rap e l’avvento del neo soul, movimento del quale, oggi, Roy Ayers è considerato il pioniere. Le sue produzioni negli anni 60-70 furono profetiche, decenni avanti il suo tempo.

Il suo approccio puramente jazz legato alla tradizione ed ispirato alle sperimentazioni sonore di Miles Davis ed Herbie Hancock, il controtempo insistente e scintillante di quei dischi sono dei veri e propri prototipi per il groove del moderno hip hop e per tutto il movimento acid jazz.

Roy Ayers è sempre stato protagonista della scena musicale nel corso degli anni, capace di evolvere il suo stile e ottenere sempre il massimo dal suo pubblico. Il suo carisma e il suo stile sono inconfondibili non solo sul palcoscenico, ma anche nelle numerose iniziative benefiche da lui intraprese e supportate.

Un grande musicista che con 72 primavere alle spalle, 51 delle quali vissute con e per la musica in giro per il mondo, non è ancora stanco e continua a collaborare e suonare il suo vibrafono per moltissimi artisti come The Roots, Erykah Badu ed altri, portando il suo groove ogni volta a livelli celestiali, continuando ancora a scrivere pagine di musica per i posteri.

Buona Musica!

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4 thoughts on “The Godfather of Neo Soul… Roy Ayers

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