Archie Shepp – Attica Blues [1972]

Archie Shepp

Archie Shepp in una performance live. Photo by Roberto Cifarelli ©

Siamo alla fine degli anni 50. La grande rivoluzione jazzistica del bepop con Dizzy Gillespie e Charlie Parker ha fatto il suo tempo, aprendo nuovi orizzonti a tutti i musicisti arrivati sulla scena dopo di loro. Il periodo bop è passato e ora ci si rilassa con il cool jazz di Miles Davis, Chet Baker, Jim Hall, Charles Mingus e soci.

Parallelamente al cool jazz quindi alla tranquillità della società americana benestante, si affianca uno scenario a dir poco turbolento: la situazione socio-politica, basata interamente sui privilegi dei bianchi americani e la voglia di ribellione del popolo afro-americano contro soprusi, violenze e ideali razzisti, stava per esplodere, sia dal punto di vista culturale che politico.

Tutta questa energia, repressa per anni, esplose con il movimento per i diritti civili dei neri che vide tra gli esponenti più importanti Martin Luther King e Malcolm X. Dal punto di vista musicale, la voglia di libertà diede vita ad uno stile “libero” appunto, il free jazz.

Definito come “New Thing”, qualcosa di nuovo, il free jazz s’impose sulla scena musicale senza compromessi. L’intento dei musicisti era quello di scuotere gli animi, provocare forti reazioni; poco importava l’intrattenimento. La loro musica doveva essere che mai un messaggio, forte e chiaro!

Archie Shepp

Archie Shepp. Photo by Monette Berthomier ©

I primi esempi di free jazz si hanno con il chitarrista Django Reinhardt, nel 1949, ma iniziatori assoluti del movimento, furono Ornette Coleman e Cecil Taylor (tra il 1955 e il 1960) che segnarono, letteralmente, la via da percorrere. A seguire il movimento free, si unirono Charles Mingus, Sun Ra, Freddie Hubbard, l’ultimo John Coltrane e Archie Shepp. Ed è proprio di quest’ultimo geniale sassofonista che voglio parlarvi oggi.

La carriera di Archie Shepp inizia quando a inizio anni 60, si unisce al gruppo del giovane pianista d’avanguardia Cecil Taylor che si era già distinto tra i seguaci dell’immenso Thelonious Monk. Collabora con Taylor in tutti e tre i suoi dischi fondamentali. Tra il 1964 e il 1966 incide per la Impulse! Records, “Four for Trane” e “Ascension”, in collaborazione con John Coltrane, suo mentore e punto di riferimento artistico. In questa fase della sua carriera, Archie Shepp non venne apprezzato del tutto, molti lo criticavano dicendo che fosse troppo influenzato da Coltrane. Ma noi, molti anni dopo, sappiamo che in quell’epoca era difficile per qualsiasi sassofonista non essere paragonati a Trane, visto il suo curriculum.

Shepp è un fenomeno vero, il suo talento è secondo a pochi in quel periodo. Il suo stile non è carico di misticità e onnipotenza artistica come John Coltrane, ma il suo sassofono spinto a limite, capace di staccate improvvise ci da l’idea di qualcosa di più concreto, di più immediato. Il suo stile è molto pragmatico, non va alla ricerca di riflessioni filosofiche, non è astratto, al contrario di alcuni suoi colleghi.

È il testimone estetico dell’America tormentata dalla violenza e dal razzismo, ed è proprio per questo che la sua musica risulta ancor più stridente e aggressiva rispetto a quella di Coltrane. La sua musica è “un proiettile scagliato contro la società americana”, così la definì lo scrittore e critico Amiri Baraka, a.k.a. Everett LeRoi Jones.

Il decennio dei 60 fu memorabile per Archie Shepp con una ricca serie di produzioni tutte di alto livello e tutte caratterizzate da quella rabbia e aggressività negli arrangiamenti e nei soli, tipiche della corrente free. Memorabili sono “Mama Too Tight” (1966), “The Way Ahead” (1968), “The Magic of Ju-Ju” (1967), “New Thing at Newport” un live del 1965 insieme a John Coltrane e l’imprescindibile “Fire Music” sempre del 65. Tutti lavori che probabilmente stavano spianando la strada a quello che da molti (e anche dal sottoscritto) è considerato il capolavoro assoluto di Archie Shepp, ovvero “Attica Blues” del 1972.

Archie Shepp

Un manifesto emblematico delle Black Panthers risalente al periodo della rivolta di Attica.

L’album venne inciso pochi mesi dopo il triste evento, ricordato ancora oggi come il “massacro di Attica”. Era il settembre 1971 e nel penitenziario di Attica, NY, ci sono migliaia di detenuti, per la maggior parte portoricani e afro-americani. Molti sono lì senza un motivo ben preciso.

Da mesi chiedono invano di migliorare le condizioni di vita del carcere, al limite dell’umano. Il 9 settembre all’improvviso si scatenò la rivolta, causata da alcune proteste per l’uccisione, qualche settimana prima, di George Jackson, attivista per i diritti civili e membro delle Black Panthers.
Circa 1200 detenuti assediarono le strutture carcerarie e dopo cinque giorni uccisero due guardie carcerarie. Questo provocò la reazione della polizia che intervenne selvaggiamente. Negli scontri persero la vita 38 persone, di cui 29 carcerati e 9 poliziotti.

Ma torniamo al disco. “Attica Blues” è un disco da assaporare e da comprendere con il tempo, partendo dalla copertina, una delle più belle di sempre secondo me, con un giovane Archie Shepp, seduto ad una scrivania piena zeppa di spartiti, il suo sassofono, due birre ed alle spalle la foto del podio delle Olimpiadi del 68 a Città del Messico, con Tommie Smith e John Carlos con il pugno guantato nero in alto e il capo chino, quasi per vergogna, durante l’inno statunitense. Copertina assolutamente unica!

Il disco si apre con la track-title, introdotta da basso e chitarre wah-wah, delicate e taglienti allo stesso momento e un trio di voci femminili che danno al brano una chiarissima e spettacolare impronta soul. Il tutto mentre i fiati si susseguono aumentando sempre più il groove fino a lasciarvi senza parole!

A seguire, Steam, part I, brano che fonde sognanti atmosfere soul a fraseggi di free-jazz, impreziosito dalla voce di Joe Lee Wilson. Brano semplicemente magico; anche nella seconda parte, caratterizzata dal rincorrersi dei fiati in un botta e risposta di rara bellezza.

Archie Shepp - Attica Blues

“Attica Blues”, 1972. Il capolavoro fusion di Archie Shepp.

Nell’intervallo tra le due parti di Steam, c’è una delle invocazioni dell’album: Invocation to Mr. Parker. Una poesia omaggio a colui che ha aperto la strada a molti artisti e che il mondo del jazz non smetterà mai di rievocare appunto. “The Driving Music Man”, così viene definito nel poema, profondo e solenne. Un’ode a Charlie “Bird” Parker, quasi per chiedergli, da lassù, di guidarlo nella sua lotta servendosi della sua arma migliore, il sax.

Dopo Steam, il viaggio continua con Blues for Brother George Jackson, membro delle Black Panthers, ucciso pochi mesi prima dell’uscita del disco. Brano eseguito da una formazione orchestrale, decisamente di primo ordine. Shepp è uno dei massimi cultori ed eredi del genere orchestrale di Duke Ellington così come dell’espressionismo di Charles Mingus. Non ha raggiunto i livelli del Duca, questo è ovvio ma di sicuro, da questo punto di vista, Archie Shepp è molto sottovalutato. Un groove pazzesco con i fiati e gli ottoni che si avvicendano in un blues/funk con delle strutture ritmiche tribali messe lì appositamente per garantire ai fiati spazi per l’improvvisazione. Gli stessi fiati che troviamo della seducente Ballad for a Child. Pezzo dalle sonorità soul, stile Motown romantico con un solo di sax di Shepp capace di farvi sobbalzare dalla poltrona.

Archie Shepp

Archie Shepp in un live a Correggio (RE) nel 2007. Photo by Danilo Codazzi ©

Altro brano orchestrale, Good Bye Sweet Pops. Chiarissimi anche qui i riferimenti al Duca, con la band che alterna momenti di swing a momenti più tradizionali che ci avviano alla chiusura del disco con Quiet Down, pezzo interpretato dalla piccola Waheeda Massey, sette anni, figlia di Cal Massey, autore del brano. Pezzo che scorre via piacevolmente con la voce dolce della piccola Waheeda accompagnata da sassofoni e un brass ensamble da far paura.

“Attica Blues” è un disco essenziale per i cultori del jazz. Destinato anche a chi non ama i fraseggi (apparentemente) insistenti e le sonorità “pesanti” del free-jazz. È un disco ricco di sperimentazioni soul e funk; un ibrido che rientra si nella corrente del free jazz, ma che classificherei tranquillamente anche come fusion, accanto a “Bitches Brew” di Miles Davis, uscito due anni prima. Probabilmente solo il sommo Monarca Jazz è riuscito a far meglio da questo punto di vista. Tra i pareri più autorevoli, alcuni critici definiscono questo album come l’anello di congiunzione tra il “jazz totale” davisiano e il movimento blaxploitation degli anni 60.

Un Archie Shepp che con la mente di un architetto della produzione, che ha nella sua mente la grande conoscenza della musica e nel suo DNA l’esperienza dei grandi musicisti jazz e soul del passato, mette al posto giusto tutti i pezzi di un puzzle fatto di soul, funk, blues, jazz, ma anche partiture orchestrali, swing e deviazioni free che convivono con temi politici e razziali, dando vita ad un quadro con un dinamismo e una forza evocativa degna di uno dei più grandi sassofonisti del ventesimo secolo.

Buona Musica!

tracklist:

  1. Attica Blues
  2. Invocation: Attica Blues
  3. Steam (Part 1)
  4. Invocation to Mr. Parker
  5. Steam (Part 2)
  6. Blues for Brother George Jackson
  7. Invocation: Ballad for a Child
  8. Ballad for a Child
  9. Good Bye Sweet Pops
  10. Quiet Dawn

anno: 1972
label: Impulse! Records

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3 thoughts on “Archie Shepp – Attica Blues [1972]

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